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Il medico pietoso e la ferita infettata

San Benedetto del Tronto | La I sezione penale della Corte di Cassazione ha concesso le attenuanti generiche ad un efferato assassino, giovane, clandestino, emarginato e in stato d’arretratezza culturale. Perché questa sentenza va a discapito soltanto del ragazzo “graziato”.

di Laura Ripani


Una recente sentenza della I sezione penale della Corte di Cassazione ha concesso le attenuanti generiche ad un efferato assassino perché giovane, clandestino, emarginato e in stato d’arretratezza culturale. Tali motivazioni suscitano apprensione e sconcerto. Tutto quanto, nei confronti di un qualunque cittadino italiano, sarebbe stato considerato un’aggravante, è stata, al contrario, ritenuta un buon motivo per ridurre la pena, 17 anni e 4 mesi, inflitta ad un ventenne che aveva ucciso barbaramente un uomo dopo un rapporto omosessuale.

La sensazione, insomma, è che si sia di fronte ad una tutela rafforzata nei confronti dei criminali. E che la clandestinità, già reato per l’ordinamento italiano, sia la strada per ottenere addirittura sconti di pena. La preoccupazione è giustificata e colpisce proprio il giovane “graziato”. Vediamo di capire perché.
Innanzitutto a livello generale, pensare che la somma di più reati dia diritto ad un trattamento cumulativo, quasi si fosse ai saldi di fine stagione, instilla il seme che val la pena delinquere il più possibile.

Ma, quel che più conta, è la perdita di fiducia nei confronti della giustizia. Questa, per definizione, dovrebbe essere applicata in maniera imparziale. “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” si leggeva nelle aule di tribunale fino a qualche anno fa. Forse sarà per questo motivo che, tale scritta, nei fori moderni, non si trova più. Perché certe pronunce sembrano voler indicare che esistono cittadini più uguali. O, meglio, neppure il termine cittadino esiste più, visto che, in questo caso, si parla di persone entrate illegalmente in Italia.

Anni di civiltà giuridica, hanno inoltre sancito che il carcere è un luogo di “rieducazione del reo”.
Quindi, decurtare gli anni di pena, è un atroce danno che è fatto al condannato stesso. Molti, di buona volontà, negli istituti penitenziari, si sono addirittura laureati. Hanno imparato un lavoro, si sono elevati socialmente, culturalmente e umanamente. Ridurre la pena, significa accorciare questo tempo nel quale poter colmare il gap, culturale e personale, che la Suprema Corte ha comunque individuato.

Il crudele assassino riconosciuto tale, a 37 sarà fuori. Se davvero la sua condizione fosse stata così svantaggiata, è ragionevole pensare che non basterà questo poco tempo per colmare il suo disagio. Volerlo in un luogo protetto per il minor tempo possibile, risulta, insomma, un freno alla sua emancipazione. Un insegnamento inoltre, diseducativo che, per alleggerire la pena, di fatto non recupera totalmente chi ha sbagliato, alla società.
Quindi chi si preoccupa che il ragazzo possa tornare di nuovo a delinquere, vede soltanto il suo personale interesse.

Il punto, è, infatti, avere a cuore il destino di questo giovane, la sua totale uscita dalla situazione di disagio. Pertanto si sarebbe dovuto sperare che la pena fosse applicata nella maniera da tenerlo più possibile in un luogo dove esistono, per legge, mediatori culturali, assistenti sociali, psicologi e docenti capaci di agevolare un percorso di risocializzazione. Pare proprio, al contrario, di aver trovato medici pietosi che, come sostiene il detto popolare, possono infettare la ferita.
Infatti, è per chiunque umano rafforzare propria convinzione che, avendo ottenuto vantaggi dalla propria condizione, nel caso specifico la miseria morale, questa paghi. Convenga, insomma, continuare ad essere ai margini, perché se ne traggono benefici.

Su questa pagina, infine, ci rifiutiamo soltanto di pensare che abbia influito nella decisione il colore della pelle o la religione. Vale a dire che, alla base della sentenza possa esserci una sorta di razzismo al contrario. E’ ingiusto semplicemente immaginare che la Magistratura possa aver voluto offendere sé stessa.

17/01/2007





        
  



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